Cuore storico del Siam, la Thailandia centrale è la terra da cui il paese ha preso forma, e la sua geografia si riassume in un fiume. Il Chao Phraya nasce a Pak Nam Pho, nella provincia di Nakhon Sawan, dall’incontro del Ping e del Nan che scendono dalle montagne del nord, e da lì attraversa verso sud una pianura piatta e coperta di risaie, passando per Ayutthaya e per Bangkok prima di gettarsi nel golfo. A ovest la piana si alza verso le colline calcaree del confine birmano, e per secoli canali e fiumi vi hanno fatto da strade.
La sua storia si legge a strati, perché ogni epoca ha lasciato la propria capitale a poca distanza dalla precedente. A Nakhon Pathom, la «prima città», fiorì la cultura mon dei dvaravati, che dominò la piana per secoli prima dell’arrivo dei thai; Lopburi fu la città khmer di Lavo e poi, nel Seicento, la seconda capitale di re Narai; Ayutthaya, fondata attorno al 1350, governò il Siam per quattro secoli, finché nel 1767 l’esercito birmano la prese e la diede alle fiamme. La corte superstite ricominciò più a valle, prima a Thonburi e poi, dal 1782, sulla sponda opposta, dove re Rama I fece di Bangkok la nuova capitale.
Quello che distingue la regione è la forma del viaggio. Non si attraversa da un capo all’altro come il nord o le coste del sud, ma si guarda da una base, perché quasi tutte le sue mete stanno fra una e tre ore dalla capitale e si raggiungono in giornata. Chi la tratta come un luogo di passaggio verso le spiagge lascia fuori proprio le gite che le danno spessore.
Quando andare
Come nel resto del paese, il periodo migliore per andare va da novembre a febbraio, la stagione fresca, quando l’umidità cala e di sera alcuni complessi di Ayutthaya vengono illuminati. Da marzo a maggio il caldo diventa faticoso, soprattutto fra i mattoni dei parchi archeologici, dove l’ombra è poca; da maggio a ottobre arriva il monsone di sudovest, con rovesci intensi ma quasi sempre brevi, che riempiono le cascate di Erawan, al massimo della portata subito dopo le piogge.
Il Songkran, il capodanno thailandese, cade sempre a metà aprile e si festeggia a colpi di secchiate d’acqua; il Loi Krathong dipende invece dal plenilunio del dodicesimo mese lunare, cambia data ogni anno e cade di solito in novembre, quando le barchette di foglie di banano con la candela accesa scendono lungo il fiume e i canali.
Come ci si muove
Si arriva a Suvarnabhumi, lo scalo internazionale principale del paese, una trentina di chilometri a est di Bangkok, oppure a Don Mueang, venticinque chilometri a nord, che è la base delle compagnie low cost. Da lì la regione si gira a raggiera, perché le linee partono tutte dalla capitale.
Verso nord il treno è il mezzo più comodo. Dalla stazione centrale di Krung Thep Aphiwat i convogli arrivano ad Ayutthaya in poco più di un’ora e a Lopburi in circa due ore e mezza, con biglietti che nelle classi economiche costano pochissimo. Verso ovest la stazione di riferimento è quella di Thonburi, da cui partono i treni per Nakhon Pathom e il vecchio convoglio per Kanchanaburi e Nam Tok, lento e con una tariffa unica per gli stranieri di circa 100 baht. Per i mercati sull’acqua e per Phetchaburi funzionano meglio i minivan del terminal sud di Sai Tai Mai, che impiegano fra un’ora e mezza e due ore.
Le poche mete lontane dalle linee, come l’Hellfire Pass o le cascate di Huay Mae Khamin, chiedono un tour o un mezzo proprio, ed è lì che guidare in Thailandia diventa la soluzione più pratica. A Bangkok i taxi si prendono solo con il tassametro acceso, e chi si avvicina davanti a un tempio per annunciare che oggi è chiuso sta preparando una delle truffe più vecchie della città.
Cosa non perdere
La capitale chiede almeno tre o quattro giorni. Il nucleo monumentale sta nell’isola di Rattanakosin, dove il Grande Palazzo Reale custodisce il Buddha di Smeraldo, l’immagine più venerata del regno, e il Wat Pho il Buddha sdraiato lungo quarantasei metri; sull’altra sponda, a due minuti di traghetto, il prang del Wat Arun disegna il profilo più riconoscibile della città.
Fra le gite, Ayutthaya è la prima da fare, ottanta chilometri a nord e iscritta dall’UNESCO nel patrimonio mondiale nel 1991. I prang di mattone rosso si girano in bicicletta, dalla testa di Buddha stretta fra le radici di un fico al Wat Mahathat fino al Wat Chaiwatthanaram sulla riva del fiume, e il biglietto cumulativo per sei templi costa circa 220 baht. Lungo la stessa ferrovia, Lopburi aggiunge le tre torri khmer del Prang Sam Yot, abitate dalle colonie di macachi che si sono prese la città vecchia.
Verso ovest Kanchanaburi tiene insieme due gite che non hanno niente in comune. Da una parte c’è la memoria della ferrovia della morte, costruita fra il 1942 e il 1943 da prigionieri di guerra alleati e da lavoratori civili asiatici al prezzo di un centinaio di migliaia di vite, che si ripercorre dal ponte sul fiume Kwai fino alla trincea dell’Hellfire Pass. Dall’altra ci sono le vasche color smeraldo di Erawan, sette livelli in cui si fa il bagno in mezzo alla giungla.
Più vicine stanno le mete da mezza giornata. A Nakhon Pathom il Phra Pathom Chedi, centoventi metri di campana rovesciata coperta di piastrelle arancioni, è il chedi più alto della Thailandia. Nella provincia di Ratchaburi i canali hanno fatto nascere il mercato galleggiante di Damnoen Saduak, da vedere alle sette del mattino, e poco lontano il mercato sui binari di Mae Klong si ritira otto volte al giorno al passaggio del treno. Sulla strada per Hua Hin, infine, Phetchaburi ha il palazzo di Rama IV in cima alla collina di Khao Wang e la grotta di Khao Luang, dove nella tarda mattinata un raggio di luce scende sulle statue di Buddha.