Affacciata sull’oceano Indiano e non sul golfo, la costa delle Andamane si divide fra sei province e corre dal confine birmano, segnato dall’estuario del fiume Kraburi, fino a quello malese. Lungo il percorso cambia volto più di una volta. A nord domina la mangrovia, fra le meglio conservate del paese e riconosciuta dall’UNESCO come riserva della biosfera, nel tratto centrale il calcare affiora in torri e pareti che escono direttamente dall’acqua, e al largo, in mare aperto, le isole sono invece di granito, con massi arrotondati grandi come case e una visibilità sott’acqua fra le migliori della Thailandia.
La ricchezza di questa costa non è nata con il turismo. Per più di un secolo furono le miniere di stagno a richiamare decine di migliaia di lavoratori hokkien dal Fujian, e da quella migrazione vengono le case a portico sino-portoghesi, la cucina baba e le tombe cinesi che si incontrano ancora nelle città. Accanto ai cinesi vivono da generazioni le comunità musulmane, maggioritarie su diverse isole e nella provincia più meridionale, dove si parla anche malese, e i chao le, i popoli del mare urak lawoi, che furono i primi ad abitare queste coste. Il turismo balneare è arrivato soltanto dagli anni Settanta, e in mezzo secolo ha trasformato l’isola maggiore senza toccare quasi per nulla intere province più a sud e più a nord.
Due date spiegano come la regione è fatta oggi. Il 26 dicembre 2004 lo tsunami colpì questo litorale più di ogni altro in Thailandia, con più di quattromila vittime accertate nella sola provincia di Phang Nga, e le torri di allarme e i cartelli azzurri delle vie di fuga che si vedono ovunque vengono da quella mattina. Nel 2018 fu invece chiusa Maya Bay, consumata dal suo stesso successo, e da quando ha riaperto con regole severe i parchi marini contingentano i visitatori, vietano la plastica monouso e chiudono per mesi quando serve.
Quando andare
Il calendario lo detta il monsone di sudovest, che da maggio a ottobre soffia dritto contro questa costa. La stagione buona va quindi da novembre ad aprile, con il mare piatto e limpido, i traghetti frequenti e il picco di presenze fra dicembre e marzo, quando sulle isole più piccole prenotare in anticipo è una necessità, come spiega la pagina su quando andare in Thailandia.
Nei mesi del monsone la regione non si ferma ma cambia regole. Le onde entrano sulle spiagge esposte e portano con sé le correnti di risacca, per cui le bandiere rosse sulla battigia vanno prese sul serio, le corse dei traghetti si diradano e molte strutture delle isole meridionali chiudono del tutto. In cambio la vegetazione è verdissima e gli alberghi costano circa la metà, il che pesa parecchio sul costo del viaggio.
Alcune date vanno tenute a mente. Il parco marino delle isole Similan apre il 15 ottobre e chiude il 15 maggio, e nelle annate di maltempo può chiudere prima; Maya Bay resta chiusa ogni anno dal primo agosto al 30 settembre, mentre la baia di Phang Nga, riparata dal mare aperto, si visita tutto l’anno.
Come ci si muove
Si arriva quasi sempre in aereo. L’aeroporto di Phuket è il principale scalo del sud del paese, quello di Krabi sta a una ventina di chilometri dal capoluogo e a circa due ore di strada dal primo, mentre per l’estremo sud il riferimento è Hat Yai, a circa due ore di minivan. La ferrovia non arriva né a Phuket né a Krabi, per le quali le stazioni più vicine sono Surat Thani, sull’altra costa, e Trang, dove arriva il treno notturno da Bangkok.
Fra le isole si va per mare. Le Phi Phi stanno a un paio d’ore di traghetto sia da Phuket sia da Krabi, e nella stagione secca un collegamento a tappe scende da Koh Lanta alle isole di Trang e fino a Koh Lipe, che è la spina dorsale del giro delle Andamane meridionali. Con il mare mosso le corse saltano, quindi non incastrate mai un volo intercontinentale il giorno dopo il rientro da un’isola. A terra lo Smart Bus scende dall’aeroporto di Phuket lungo la costa occidentale per circa cento baht e i songthaew collegano le spiagge ai capoluoghi di giorno, mentre lo scooter, che molti noleggiano, è insieme la libertà più grande e il rischio maggiore del viaggio, come racconta la pagina su guidare in Thailandia.
Cosa non perdere
Phuket è il punto da cui passa quasi ogni viaggio, e vale più delle sue spiagge. Dietro la fila di baie del versante occidentale, da quelle quasi vuote attorno all’aeroporto al frastuono di Patong, stanno la città vecchia sino-portoghese e il Wat Chalong, e dai moli della costa orientale parte ogni mattina la flotta per la baia di Phang Nga, un mare verde di torri calcaree con le lagune chiuse dentro la roccia in cui si entra soltanto in canoa. In mezzo alla baia, Koh Yao Noi è l’isola di risaie e di villaggi di pescatori dove fermarsi due o tre notti lungo la strada per Krabi.
Dall’altra parte della baia, Krabi è probabilmente la provincia in cui il paesaggio calcareo dà il meglio di sé. La base pratica è Ao Nang, da cui in un quarto d’ora di barca a coda lunga si arriva a Railay, la penisola chiusa dalle falesie che nessuna strada raggiunge, e nell’entroterra il Tempio della Grotta della Tigre sale con milleduecento gradini abbondanti sopra la pianura. A metà strada fra le due province, le Phi Phi restano la cartolina della Thailandia balneare, con una sola isola abitata e senza automobili e con Maya Bay che oggi si raggiunge a piedi da un pontile sul lato opposto e dove non si nuota più.
Un’ora a nord dell’aeroporto di Phuket, Khao Lak allinea una trentina di chilometri di spiagge tranquille ed è il porto per le Similan, che per molti subacquei restano il posto più bello dove immergersi in Thailandia. Verso sud, Koh Lanta è l’isola di chi trova Phuket troppo costruita, con le spiagge lunghe rivolte al tramonto e la Old Town sulle palafitte, e più giù ancora le isole di Trang offrono le stesse falesie di Krabi con molte meno barche, oltre alla Grotta di Smeraldo di Koh Mook, che si attraversa a nuoto nel buio.
All’estremo sud, dentro il parco marino di Tarutao, Koh Lipe ha il corallo fra i meglio conservati del paese e collegamenti che funzionano soltanto per metà anno, mentre sulla terraferma di Satun il primo geoparco UNESCO della Thailandia custodisce la grotta di Tham Le Stegodon, quattro chilometri di galleria da attraversare in kayak. All’estremo nord, infine, Ranong è la provincia più piovosa del paese, con una stagione asciutta che si riduce grosso modo al periodo fra dicembre e marzo, ma anche quella delle sorgenti calde di Raksawarin e del molo da cui si parte per Koh Phayam, l’isola senza automobili dove ci si sposta in motorino su sentieri di cemento larghi un metro e mezzo.