Circa un terzo del territorio thailandese e venti province, l’ultima delle quali, Bueng Kan, è stata istituita nel 2011, occupano l’altopiano di Khorat, un tavolato che si stende dalle montagne di Phetchabun fino al Mekong. Il fiume lo chiude a nord e a est segnando il confine con il Laos, mentre a sud corre la frontiera con la Cambogia. Il clima è più asciutto che nel resto del paese, eppure il Nordest è considerato il granaio della Thailandia per il riso che vi si coltiva.

Per secoli l’Isan fu terra di confine fra imperi. Fra il X e il XIII secolo i sovrani khmer vi costruirono santuari di arenaria e una strada reale lunga più di duecento chilometri, che da Angkor saliva fino al cuore dell’altopiano. Più tardi la regione guardò verso i regni lao del Mekong, e le comunità passate sulla riva destra del fiume ne hanno fatto una terra di cultura lao dentro i confini thailandesi, dove la lingua di casa è parente stretta di quella di Vientiane e la musica è il mor lam, cantato sull’accompagnamento del khaen, l’organo a bocca di bambù.

A distinguere il Nordest, più dei singoli monumenti, è la profondità del tempo che vi si legge. A Ban Chiang il bronzo si fondeva e si lavorava molto presto, a Phu Wiang nel 1976 venne alla luce il primo osso di dinosauro trovato nel paese, e nei villaggi le tessitrici lavorano ancora al telaio la seta mudmee, tinta filo per filo prima della tessitura. È anche la terra della cucina più schietta della Thailandia, quella del som tum di papaya verde, del larb, del pollo alla griglia e del riso glutinoso.

Quando andare

L’Isan segue il calendario delle stagioni del resto della Thailandia continentale, con le piogge da giugno a ottobre, il fresco da novembre a febbraio e il caldo più pesante da marzo a maggio. Il periodo migliore è il secondo, quando nella provincia di Loei, la più fredda del paese, di notte si scende sotto i dieci gradi e da dicembre a febbraio il lago di Kumphawapi si copre di ninfee rosa.

Con il caldo il Mekong scende al minimo e scopre il suo letto di roccia, dai rapidi di Kaeng Khut Khu alle conche scavate dai vortici di Sam Phan Bok, e nei primi giorni di aprile il sole dell’alba attraversa in fila le quindici porte di Phanom Rung, in date che il parco storico pubblica ogni anno. Alla vigilia delle piogge i villaggi lanciano i razzi del Bun Bang Fai, la festa che chiede acqua a Phaya Thaen, il dio della pioggia; cade nel sesto mese lunare, e quella più famosa, a Yasothon, si tiene in un fine settimana di maggio che cambia di anno in anno.

La stagione delle piogge è quella in cui la foresta di Khao Yai è più verde e le cascate più piene, e porta le due feste che aprono e chiudono la quaresima buddhista, entrambe legate alla luna. All’inizio, fra luglio e i primi di agosto, Ubon Ratchathani fa sfilare i carri di cera intagliata della festa delle candele; alla fine, con la luna piena dell’undicesimo mese lunare, che cade in ottobre, dal fiume attorno a Nong Khai salgono le palle di fuoco del naga.

Come ci si muove

Tutto parte da Bangkok. I treni della linea del Nordest escono dalla stazione di Krung Thep Aphiwat, e il notturno arriva a Nong Khai in dieci o dodici ore e a Ubon in una decina. Su strada l’asse è la statale 2, la Mittraphap, che sale verso Korat e Khon Kaen. L’aereo accorcia molto le distanze, perché Khon Kaen, Udon Thani e Ubon hanno voli quotidiani in circa un’ora, mentre l’aeroporto di Korat non ha voli di linea.

Una volta arrivati, però, le cose da vedere stanno lontane dalle città e dai mezzi pubblici. A Phanom Rung non sale nessun autobus, al lago delle ninfee all’alba non passa nessuno, e dentro Khao Yai fra un’attrattiva e l’altra ci sono chilometri. Per chi se la sente di guidare in Thailandia questa è la regione in cui l’automobile cambia davvero il viaggio, e per chi non guida conviene un autista per la giornata.

Il Nordest è anche la porta per il Laos. Il ponte dell’Amicizia di Nong Khai, aperto nel 1994, porta a Vientiane, e dal 2024 il treno lo attraversa fino alla stazione di Khamsavath, mentre il secondo ponte, aperto nel 2006 a Mukdahan, collega la città a Savannakhet e si passa soltanto con l’autobus navetta. Le formalità d’ingresso cambiano nel tempo e vanno verificate al momento. Diverso il discorso per la Cambogia, perché dopo la crisi di confine cominciata nel maggio del 2025 i valichi risultano ancora chiusi, e nel luglio di quell’anno anche Phanom Rung chiuse per due settimane.

Cosa non perdere

Il viaggio comincia quasi sempre da Khao Yai, il primo parco nazionale della Thailandia, istituito nel 1962 e oggi parte del complesso forestale di Dong Phayayen, patrimonio dell’umanità. Sta a tre ore scarse da Bangkok ed è probabilmente il posto più facile del paese per vedere animali selvatici, con alcune centinaia di elefanti, quattro specie di buceri e i gibboni che si sentono all’alba. Poco oltre si arriva a Nakhon Ratchasima, che vale soprattutto per Phimai, sessanta chilometri più a nordest, il più grande santuario khmer costruito in quello che oggi è territorio thailandese, anteriore ad Angkor Wat e rivolto a sud, verso la capitale dell’impero.

Più a sud, nella provincia di Buriram, Phanom Rung sorge sul cono di un vulcano spento ed è probabilmente il complesso khmer più scenografico del paese, con il viale processionale, i ponti dei naga e il prang di arenaria rosa, sopra la cui porta è tornato nel 1988 l’architrave di Vishnu addormentato, dopo oltre vent’anni all’Art Institute di Chicago. Otto chilometri più in basso il Prasat Muang Tam aggiunge le sue quattro vasche bordate di serpenti di pietra.

Al centro dell’altopiano, Khon Kaen è la capitale universitaria del Nordest, con il chedi di nove piani del Wat Nong Wang sulla riva del lago, i dinosauri di Phu Wiang e i telai di Chonnabot, mentre più a nord Udon Thani è la base per Ban Chiang, patrimonio dell’umanità dal 1992, e per il mare di ninfee di Kumphawapi.

Poi c’è il Mekong, lungo il quale si snoda la parte più lenta del viaggio. A Nong Khai, con Vientiane a venticinque chilometri, il parco di Sala Kaew Ku allinea statue di cemento alte fino a venticinque metri, costruite dal 1978 dai seguaci del mistico Bunleua Sulilat. Risalendo il fiume verso ovest, Chiang Khan ha un chilometro e mezzo di case di legno affacciate sull’acqua e l’offerta del riso glutinoso ai monaci all’alba. Scendendo verso sudest, Mukdahan ha il mercato indocinese di fronte a Savannakhet e le rocce a fungo di Phu Pha Thoep, e in fondo, dove la Thailandia tocca insieme il Laos e la Cambogia, Ubon custodisce sulla falesia di Pha Taem pitture rupestri di tre o quattromila anni, con i pesci giganti e le nasse del fiume.